mercoledì 5 febbraio 2014

io non so leggere gli occhi

Il rumore della pioggia fa compagnia nel silenzio dentro l’auto. Provo con un panno ad asciugare il vetro. Il traffico è lento e le luci delle auto sembrano disegnare un albero di natale lungo il nastro lucido dell’asfalto.
Passo il panno al mio amico seduto accanto. “Così tu non sai leggere gli occhi? Come è possibile?” mi dice mentre tenta con forza di asciugare il vetro, ma senza risultati soddisfacenti.
Poco fa ho avuto una accesa discussione con una donna durante l’attesa dal medico. Era nervosa già quando è entrata nella sala di ricevimento, e ha iniziato a dire che doveva entrare subito nello studio del  medico, perché stava peggio di tutti quelli che attendevano.
Io non ho risposto. Ma quando ha cominciato a rivolgersi a me dicendo che si vedeva benissimo che non avevo malattie, ho perso la mia calma.
Il mio amico mi ha tirato per il braccio e mi ha trascinato fuori, dicendomi di  lasciarla stare, perché era una donna cattiva, lo si leggeva, appunto, negli occhi.
No, non so leggere gli occhi. Si dice che “gli occhi sono  lo specchio dell’anima”, ma non sono capace di interpretarli.
So leggere i movimenti delle mani, il modo di camminare o quello di reclinare la testa, ma non gli occhi.
Gli occhi sono per me un mistero. Sono troppo veloci nei movimenti, nel girare attorno, nell’essere abbassati. Preferisco considerarli come due registri di ricordi.
Guardi un particolare che ti colpisce e lo registri nella tua memoria, ecco a cosa servono gli occhi. Ad ammirare, ad immaginare. Ma non sono capace di leggere.
Per leggere dentro una persona, ho bisogno di sentirla parlare e di abbracciarla.
Ecco: so leggere gli abbracci. E con gli occhi posso ammirare i mille colori di gioia che esplodono intorno a me, colori immaginari, odori dell’aria, sensazioni che solo un abbraccio sincero può dare.

Anche in una giornata bianca come questa….

E così che ricordo i colori di quell’abbraccio che mi manca.  E ricordo il colore dei tuoi occhi….

domenica 26 gennaio 2014

capelli come la neve



Ancora con la testa alta, la schiena dritta sotto il cappotto pesante. Anche se i tuoi capelli sono come la neve, sento e respiro la tua vita. 
Sento il tuo viso, i tuoi occhi che guardano lontano, sento il tuo profumo cipriato che mi riporta indietro nel tempo.
Nulla cambierà quando ripenserò a te. I tuoi capelli lisci e legati con un fermaglio per ostacolare la ribellione, perché devi far vedere che hai tutto sotto controllo. Ma so che hai tanti pensieri pronti a scavalcare onde e mura alte. Ancora un che di selvaggio aleggia in te. Non mi deludere mai.






quella fiducia inaspettata




Giochi con me tranquillo, sai che puoi fidarti di me.
E quella tua semplicità di abbandonarsi al gioco e alle coccole, che mi spiazza.
Come quella di un bambino, quando ti stringe la mano per muovere i suoi primi passi, c’è una delicatezza di vita che fluisce in avanti.
Sono quei momenti così preziosi di fiducia completa che mi fanno pensare a quanta cattiveria ci sia invece fuori.
Mentre tu giochi con me, così fragile e piccolo, penso a cosa potrebbe fare una persona cattiva. Penso a come potrebbe stringerti in un pugno e farti male. A come potrebbe lasciare la mano del bambino e farlo cadere rovinosamente a terra e lasciarlo lì a piangere. Come si può essere capaci di cattiveria?
Eppure è possibile.
Anch’io sono capace di cattiveria, ma di fronte a tanta fiducia e abbandono di difese il mio pugno si apre in una carezza.

Non importa cosa succede là fuori. Io sono qui con te a giocare, il resto del mondo brutto lo lasciamo a vivere nel suo fuoco ...

domenica 19 gennaio 2014

da grande....

di Titti

Saltavi da un posto all’altro. 
Correvi per le scale facendo tanto rumore, ma nessuno aveva coraggio di farti ramanzine, perché era rumore di vita.

Mi dicevi sempre  “da grande andrò sulla luna! Vedi? E’ quella bianca lassù!” e indicavi con il ditino quell’astro argentato nel cielo.

Eri pieno di ambizioni. Poi la vita ha deciso un percorso diverso.

Quando ci siamo rivisti dopo anni, mi raccontasti di sogni diversi, di lavori diversi, di case abbandonate e ricostruite.

Non sei andato sulla luna, ma camminando mi dicesti: “Guarda che luna stasera!” e nel buio ho sorriso, perché ho visto il bambino che non avevo scordato. 

sabato 18 gennaio 2014

Ritornare



Andai via senza voltarmi indietro. Mi allontanai lentamente, verso un nuovo viaggio, un nuovo paese, una nuova aria.
Portai con me poche cose, perché bisogna viaggiare leggeri se vuoi arrivare alla tua meta.
Durante il viaggio, ti pensai. Ricordavo il tuo viso, le tue mani grandi e l'odore di pane che aleggiava nella casa. 
Dopo aver attraversato valli e monti, i ricordi erano sempre lì. La valigia era sempre leggera, ma le mie spalle erano coperte di scialli. 
Ritornai a casa, buttai tutto per terra, la valigia, le scarpe impolverate e i miei scialli di avventura. Ma una persona  che parte per un viaggio, quando torna non è la stessa persona. Non fu importante. Il tuo abbraccio mi fece capire che non ero mai stata via da te.


posso stare con le stelle







E quando arriva la sera, che allora sciolgo tutte le tensioni e indosso solo i miei pensieri.
Posso chiudere la porta, serrarla bene. Ora nulla può intromettersi nella mia vita, tutto il rumore è fuori con la sua ansia di ricerca di certezze.
Mi sdraio sulla mia poltrona preferita, accendo lo stereo e faccio sedere vicino a me le stelle e ...finalmente parlo con loro.
Finalmente posso sognare i miei pensieri.

sabato 12 ottobre 2013

La rabbia non è fatta per la notte

Sveglia. Niente sonno. E’ quell’ora a metà tra la notte e l’alba. Mi alzo con rabbia perché non ho pace, accendo la televisione.
Con il telecomando passo da un canale all’altro. Da un film commedia, ad una vendita promozionale. Da una pubblicità, ad un telefilm rivisto più volte.
Va bene, visto che corpo e mente si sono alleati per non farmi dormire, allora adesso ve la do io la voglia di star svegli! Indosso una tuta, scarpe da ginnastica. Acchiappo le cuffiette e la bandana. Si esce.
Ancora è buio, ma fortunatamente i lampioni fanno luce, una luce arancio, ma va bene così.
La prima musica che arriva alle orecchie ha un ritmo pop morbido: ideale per stretching e un po’ di riscaldamento. Mentre cammino già a passo veloce, ho l’impressione di attraversare una città nuda. L’asfalto brilla sotto i lampioni, nessuno in giro.
Aumento l’andatura subito, cerco di trasformare la rabbia in fisicità.
Ok, va bene questa velocità, non mi va di aumentare. Passo davanti a vetrine spoglie, manichini magrissimi con abiti di marca che sembrano fantasmi di un aperitivo di lusso.
Arrivo sul ponte, il Tevere è proprio sotto i miei piedi, come un nastro sporco, potrei saltare e fare un tuffo a testa in giù, ma oggi no. Proseguo lasciando alle spalle il ponte ed ecco che entro a Piazza del Popolo. Arrivo all’obelisco e rallento  la corsa. Prendo fiato e  intanto sogno un popolo con mazze in mano che vuole giustizia, vuole fare guerra alla fame. Un popolo che immagino solo, lasciato, abbandonato a se stesso. Come me. “ehi sono qui! e voi dove state?” provo a dire a voce alta. Nessuna risposta.
Mi siedo sui gradini della fontana, e ammiro la striscia rosa acceso che si staglia sui tetti in lontananza. Dall’altra parte un bar tira su la serranda.
Si ricomincia. Ma almeno la rabbia è scomparsa.