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martedì 18 febbraio 2014

un passo dietro l'altro

Inutile provare a dormire, tanto non ci riesco. Sai che faccio? Esco.

Chiudo la porta e scendo giù per le scale senza far rumore. Accompagno anche il portone per non farlo sbattere, perché è notte, perché è tutto silenzio.

E adesso da che parte vado? Decido per il viale che è illuminato dai lampioni.
E’ facile camminare, è  mettere un piede avanti all’altro, semplicemente. Le luci notturne giocano con i rami degli alberi,  sembra di guardare tante ragnatele.

Ripercorro la piazza principale, lì c’è la mia scuola. Mentre cammino, ricordo quando ci sedevamo tutti insieme sul muretto di fronte alla fontana. 
Strano come i ricordi vengono così all’improvviso. Salgono in testa e si fermano sullo schermo della memoria.
Mi sembra di sentire il calore sulle spalle dei pomeriggi assolati. Rivedo i volti di alcuni amici che ho perso di vista ormai da tempo, seduti insieme a me, con una bibita in mano e sigaretta nell’altra, stavamo ore a parlare di futuro. Avevamo tutti una voglia di crescere velocemente. La questione era sempre quella: un giorno conquisteremo il mondo.

Continuo a camminare, inutile guardare quel muretto, c’è un’assenza fragorosa di gioventù ormai.
Ti accorgi di essere cresciuto proprio quando la questione cambia e non è più quella di conquistare il mondo, adesso è quella di sopravvivere al mondo.


Un passo dopo l’altro. Avanti così. Le scarpe sono sbagliate, ho già una caviglia che viene morsa dal cuoio. Cerco di camminare spingendo le dita del piede più in avanti, fino a farle cozzare contro la punta della scarpa.
E’ facile, vedi? Sempre un passo dopo l’altro.

Arrivo alla piazza più grande, apro le braccia e guardo la luna sopra di me. Buonasera! Guarda ci sono anch’io!                                                   
Nessuna risposta. Fa nulla. Adesso sto bene e la testa è libera. Da tutti i pensieri, da tutti i ricordi.                                                       

Torno a casa, questa volta dormirò come facevo da bambina.


sabato 12 ottobre 2013

La rabbia non è fatta per la notte

Sveglia. Niente sonno. E’ quell’ora a metà tra la notte e l’alba. Mi alzo con rabbia perché non ho pace, accendo la televisione.
Con il telecomando passo da un canale all’altro. Da un film commedia, ad una vendita promozionale. Da una pubblicità, ad un telefilm rivisto più volte.
Va bene, visto che corpo e mente si sono alleati per non farmi dormire, allora adesso ve la do io la voglia di star svegli! Indosso una tuta, scarpe da ginnastica. Acchiappo le cuffiette e la bandana. Si esce.
Ancora è buio, ma fortunatamente i lampioni fanno luce, una luce arancio, ma va bene così.
La prima musica che arriva alle orecchie ha un ritmo pop morbido: ideale per stretching e un po’ di riscaldamento. Mentre cammino già a passo veloce, ho l’impressione di attraversare una città nuda. L’asfalto brilla sotto i lampioni, nessuno in giro.
Aumento l’andatura subito, cerco di trasformare la rabbia in fisicità.
Ok, va bene questa velocità, non mi va di aumentare. Passo davanti a vetrine spoglie, manichini magrissimi con abiti di marca che sembrano fantasmi di un aperitivo di lusso.
Arrivo sul ponte, il Tevere è proprio sotto i miei piedi, come un nastro sporco, potrei saltare e fare un tuffo a testa in giù, ma oggi no. Proseguo lasciando alle spalle il ponte ed ecco che entro a Piazza del Popolo. Arrivo all’obelisco e rallento  la corsa. Prendo fiato e  intanto sogno un popolo con mazze in mano che vuole giustizia, vuole fare guerra alla fame. Un popolo che immagino solo, lasciato, abbandonato a se stesso. Come me. “ehi sono qui! e voi dove state?” provo a dire a voce alta. Nessuna risposta.
Mi siedo sui gradini della fontana, e ammiro la striscia rosa acceso che si staglia sui tetti in lontananza. Dall’altra parte un bar tira su la serranda.
Si ricomincia. Ma almeno la rabbia è scomparsa.