domenica 19 gennaio 2014

da grande....

di Titti

Saltavi da un posto all’altro. 
Correvi per le scale facendo tanto rumore, ma nessuno aveva coraggio di farti ramanzine, perché era rumore di vita.

Mi dicevi sempre  “da grande andrò sulla luna! Vedi? E’ quella bianca lassù!” e indicavi con il ditino quell’astro argentato nel cielo.

Eri pieno di ambizioni. Poi la vita ha deciso un percorso diverso.

Quando ci siamo rivisti dopo anni, mi raccontasti di sogni diversi, di lavori diversi, di case abbandonate e ricostruite.

Non sei andato sulla luna, ma camminando mi dicesti: “Guarda che luna stasera!” e nel buio ho sorriso, perché ho visto il bambino che non avevo scordato. 

sabato 18 gennaio 2014

Ritornare



Andai via senza voltarmi indietro. Mi allontanai lentamente, verso un nuovo viaggio, un nuovo paese, una nuova aria.
Portai con me poche cose, perché bisogna viaggiare leggeri se vuoi arrivare alla tua meta.
Durante il viaggio, ti pensai. Ricordavo il tuo viso, le tue mani grandi e l'odore di pane che aleggiava nella casa. 
Dopo aver attraversato valli e monti, i ricordi erano sempre lì. La valigia era sempre leggera, ma le mie spalle erano coperte di scialli. 
Ritornai a casa, buttai tutto per terra, la valigia, le scarpe impolverate e i miei scialli di avventura. Ma una persona  che parte per un viaggio, quando torna non è la stessa persona. Non fu importante. Il tuo abbraccio mi fece capire che non ero mai stata via da te.


posso stare con le stelle







E quando arriva la sera, che allora sciolgo tutte le tensioni e indosso solo i miei pensieri.
Posso chiudere la porta, serrarla bene. Ora nulla può intromettersi nella mia vita, tutto il rumore è fuori con la sua ansia di ricerca di certezze.
Mi sdraio sulla mia poltrona preferita, accendo lo stereo e faccio sedere vicino a me le stelle e ...finalmente parlo con loro.
Finalmente posso sognare i miei pensieri.

sabato 12 ottobre 2013

La rabbia non è fatta per la notte

Sveglia. Niente sonno. E’ quell’ora a metà tra la notte e l’alba. Mi alzo con rabbia perché non ho pace, accendo la televisione.
Con il telecomando passo da un canale all’altro. Da un film commedia, ad una vendita promozionale. Da una pubblicità, ad un telefilm rivisto più volte.
Va bene, visto che corpo e mente si sono alleati per non farmi dormire, allora adesso ve la do io la voglia di star svegli! Indosso una tuta, scarpe da ginnastica. Acchiappo le cuffiette e la bandana. Si esce.
Ancora è buio, ma fortunatamente i lampioni fanno luce, una luce arancio, ma va bene così.
La prima musica che arriva alle orecchie ha un ritmo pop morbido: ideale per stretching e un po’ di riscaldamento. Mentre cammino già a passo veloce, ho l’impressione di attraversare una città nuda. L’asfalto brilla sotto i lampioni, nessuno in giro.
Aumento l’andatura subito, cerco di trasformare la rabbia in fisicità.
Ok, va bene questa velocità, non mi va di aumentare. Passo davanti a vetrine spoglie, manichini magrissimi con abiti di marca che sembrano fantasmi di un aperitivo di lusso.
Arrivo sul ponte, il Tevere è proprio sotto i miei piedi, come un nastro sporco, potrei saltare e fare un tuffo a testa in giù, ma oggi no. Proseguo lasciando alle spalle il ponte ed ecco che entro a Piazza del Popolo. Arrivo all’obelisco e rallento  la corsa. Prendo fiato e  intanto sogno un popolo con mazze in mano che vuole giustizia, vuole fare guerra alla fame. Un popolo che immagino solo, lasciato, abbandonato a se stesso. Come me. “ehi sono qui! e voi dove state?” provo a dire a voce alta. Nessuna risposta.
Mi siedo sui gradini della fontana, e ammiro la striscia rosa acceso che si staglia sui tetti in lontananza. Dall’altra parte un bar tira su la serranda.
Si ricomincia. Ma almeno la rabbia è scomparsa.

martedì 17 settembre 2013

Autunno: propositi per iniziare..

Ricominciare in autunno per me vuol dire fare visite mediche e controlli…quello che io chiamo scherzando fare il tagliando!
E così che mi ritrovo seduta nello studio di un neurologo per un problema di cervicale. “Mah.. si… possiamo dire che lei soffre di un dolore neuropatico muscolo tensivo” cioè soffro di una somatizzazione? Domando. “No, non è esattamente una somatizzazione.” E  giù una serie di paroloni per spiegarmi la differenza. Non capisco nulla, ma annuisco sperando di avere una espressione intelligente.
“Prego si alzi, ecco. Adesso unisca i piedi, braccia tese in avanti e chiuda gli occhi. Resti ferma!” Eseguo tutto, sento che oscillo verso destra, ma riesco a trattenermi in piedi. “Bene. Ora  si pieghi fino a toccare i piedi e ritorni su a schiena rigida”. Ok, e sento che con la mano tasta la spina dorsale. “Bene, può risedersi” Ho superato le prove? Vedo che silenziosamente mi prescrive un farmaco sul suo ricettario, poi mi guarda e mi dice: “E’ importante che lei torni a rifare attività sportiva. Soprattutto curare la fascia addominale e dorsale. Nel frattempo faccia attenzione a quando cammina.”  Mi dice in modo di avvertimento. Perché come dovrei camminare gli chiedo. “Le faccio vedere”. Si alza con il camice bianco svolazzante ai suoi lati, come se fosse Batman in versione ospedaliera. “Dunque lei ha il bacino leggermente ruotato a sinistra, ecco perché ha il piede destro che va fuori, più del sinistro. Inoltre ha un principio di cifosi sacrale. Perciò lei deve camminare gettando la gamba destra più forte in avanti, portando il piedi verso l’interno e contraendo gli addominali per stendere la parte dorsale della schiena e – importante! – devo imparare a respirare con l’addome, non con il petto! Provi!” Provo, sembro un manichino, “Si aiuti con il ritmo delle braccia, ecco così” adesso sembro un manichino scemo. Resto perplessa però sulle manovre: posso respirare prima con l’addome e poi contrarre, oppure tutto allo stesso tempo? “Ma certo! Può fare una cosa alla volta o tutto insieme!” non capisce la battuta, fa nulla: è un neurologo, è per gente seria!
Esco dallo studio un po’ giù di morale. In un’ora mi sono sentita dire che ho un corpo da ristrutturare ed è pure storto. Inizio però subito a camminare come mi è stato spiegato. Ok, ce la posso fare. Guarda che brava che sono! Respiro e contraggo l’addome, giro i piedi. Adesso forzo la camminata, gettando bene le gambe avanti, soprattutto la destra. Sono talmente presa che aumento il ritmo dell’andatura. Ecco! Dai forza! E mentre giro l’angolo della strada, concentrata nella postura, passo un ragazzo sopra ad un motorino e mi urla: “Ahò! Ma che t’ha chiamato l’esercito?” e scappa via ridendo. Ma scoppio a ridere anch’io. Approfitto per entrare in una pasticceria buonissima del quartiere, mi prendo un bel cono gelato. Tornerò in palestra perché per me è salute. Chi se ne importa se sono storta: quelle “storture” fanno parte di me, sono segni che ho vissuto.

venerdì 14 giugno 2013

dica "amen" per favore


Sono un tipo strano, l’ho sempre ammesso. Con i suoi alti e bassi tra logica e speranza. Diciamo che cerco speranza sulla terra. Ultimamente mi piace definirmi uno che spala le nuvole sulla terra, e che cerca di guardare avanti con un sorriso, nonostante la realtà in cui vivio.

E tra questi alti e bassi, può capitare che senta il bisogno di entrare in una chiesa. Premetto che sono anni che non lo faccio. Non sono una praticante cattolica, ho difficoltà a credere in Dio, ma comunque appartengo a quella categoria che “provare non costa nulla”, quindi prego Dio quando ne ho bisogno. E se Dio non mi dovesse rispondere, non posso far altro che prendere atto della sua noia nei miei confronti.

Così, approfittando di un gruppetto di turisti che erano alla ricerca più del fresco, che dell’arte, mi sono mischiata a loro e sono entrata in una chiesa.

Lo sguardo è andato subito al soffitto e alle navate, dipinte in un modo da farti perdere la testa. Ma io non l’ho fatto, soffro di cervicale e me ne guardo bene a stare troppo tempo con il naso all’insù.

Con camminata tranquilla e disinvolta, mi sono seduta ad una panca poco distante dalla navata centrale, ascoltando la messa. Ho notato che non è cambiato molto dall’ultima volta che ne ho sentita una. I ritornelli sono quasi sempre gli stessi, forse più complessi e lunghi, credo che sia una tattica per vedere se gli utenti sono pronti a rispondere con una buona memoria. Io sono rimasta al vecchio “Ascoltaci O Signore”, semplice da ricordare, piuttosto diretto e senza fronzoli. Con “Ascoltaci O Signore” vai sempre dritto al sodo. Trovo inutile fare giri di parole già nella vita quotidiana, figuriamoci poi con un Dio, che avrà un bel da fare …

Il momento di maggior confusione è sempre rimasto la recita del Padre Nostro. Mai che si vada a tempo, c’è sempre quello, o quella, che va con il suo ritmo veloce, con voce nasale, evocatoria, ma pur sempre veloce. E quello che si perde alla seconda frase e che, per recuperare, declama direttamente l’ultima frase della preghiera. E immancabilmente è anche quello che si sbaglia; dopo l’ultima frase, nel silenzio quasi totale della chiesa, gli senti pronunciare “amen” (amen non si dice alla fine del Padre Nostro).

Per rispetto, mi sono alzata anch’io dalla panca e ho recitato il Padre Nostro, ma Lui c’era lì ad ascoltarci? Ho sempre immaginato che invece di essere presente dietro l’altare, fosse seduto una panca dietro la mia. “Scambiatevi un segno di pace” – do una stretta di mano a quella che mi sta davanti. Poi mi giro alle spalle e stringo la mano al signore dietro di me. Magari mi fa l’occhiolino e mi dice. “Allora? Sono io, non hai nulla di chiedere?”

Lasciamo perdere che ne ho di cose da chiederti. Poi tu non sei quello che vede e sente tutto?

“Si, vero. Io vedo e sento tutto.”

Mi siedo ad aspettare che il momento della comunione. La fila dei fedeli è piuttosto lunga, e  permette di andare avanti con la discussione.

Allora se vedi e senti tutto perché non fai qualcosa di utile e ti dai da fare? A che servi se stai lì solo a sentire e guardare senza agire. Sei un Dio, mica un voyeur!

Sorride radiosamente, sapendo che solo un sorriso radioso delle volte può far veramente abbassare la guardia. “E perché tu, invece di lamentarti e domandare in continuazione, non agisci di più?”

Ah no! Non ci casco caro mio. Io sono un essere umano, e come tale ho dei limiti fisici, mentali e temporali. Tu no. Tu hai poteri, come quelli di un mago. Sai leggere nella testa e nell’anima. Puoi far cambiare il percorso delle vite. Sei tu quello che ha responsabilità di fare e cambiare.

Rimane perplesso, con le braccia conserte, mirando il soffitto. Dai suoi occhi percepisco una certa mitezza, quella che io chiamo un’assenza di ostacoli, e ghermire una assenza di ostacoli non è facile, è meglio avere un muro, almeno puoi valutare le resistenze e le debolezze.

La fila della comunione sta quasi per terminare. Lui non mi ha più parlato. E’ ovvio. L’ho stretto davanti alla sua responsabilità. Mi rigiro per vedere la sua espressione, ma resto delusa: mi sorride.

“allora? E’ inutile dire quello che desidero. Lo sai benissimo. E’ da una vita che aspetto un momento che riesca a cambiare tutto!” gli dico.

“allora fallo e cambia!” mi risponde con estrema pacatezza, come se fosse la cosa più semplice da fare e che in realtà non è semplice per niente. Sento che mi monta la rabbia dentro. Mi rigiro di nuovo e urlando…sottovoce (c’è gente che prega qui!) gli rispondo “Ma che diamine dici…”

“Ehi non parlarmi così! “ – “Ops, scusami hai ragione. Perché mi dici questo? Lo sai che ho provato e riprovato. Ed eccomi. Senza nulla in mano. Senza un futuro. Anzi ho la sensazione di aver perso tempo e di non averne più!”

“vedi la visione dell’essere umano come è ristretta? Prova invece già da adesso a cambiare. Prova e riprova. Non puoi sapere se stai aprendo la porta giusta. Come non puoi sapere se quello che cerchi in realtà ce l’hai già sotto il naso. Il tuo problema è che sei proprio un umano, e misuri tutto con i limiti fisici e logici. Prova invece a misurare con i sogni. O con le nuvole. Visto che le sai spalare sulla terra.”

Uff! è inutile parlare con lui, parla sempre per enigmi. E’ da una vita ormai che lo fa!

Finisce la funzione, l’ultimo segno della croce. Finalmente si può dire amen senza sbagliare e rendere grazie a Dio.

Raccolgo la borsa lasciata davanti, mi giro e lui non c’è. Non c’era neanche prima.

Esco fuori sulle scalinate, il vento fa svolazzare il foulard attorno al collo, mi diverte  ripensare allo scambio di battute fantasiose avute poco fa. Ma cambierò.

domenica 2 giugno 2013

Quattro passi con le ali


Sono come un folletto. Mi alzo su verso il cielo e spiego le ali giuste. Oggi faccio quattro passi fra le nuvole. MI siedo sulla nuvola più grande e guardo la città. Tante persone piccole che camminano sulle strade, macchine che sfilano nel traffico. Non c’è rumore quassù, non ci sono spie quassù, esisto solo io. Non è poco!.

Svolazzo  sull’altra nuvola, osservo il mare da lontano, oggi il sole da spettacolo.  E di quei travagliati giorni non ho ricordi, so che eri accanto a me e che mi aiutavi contro il mondo. Ora sento la mancanza di quell’aiuto, ma  mi chiedo dov’è quel coraggio?

Volo ancora, vedo i palazzi, le piazze che si riempiono di gente, vedo sorrisi, vedo abbracci. E’ tutto più bello visto da quassù. Non voglio scendere, dai ! ancora un altro giro!

Proseguiamo verso le montagne, eccole laggiù, arrivo sulla cima e un panorama da rimanere senza fiato! L’aria è forte e ubriaca la testa. Dai ! ancora un altro giro.

Ma le ali mi riportano alla nuvola di prima. E ora di scendere, fa nulla.

Capiterà poi di rifare una passeggiata…