quattro chiacchere tra noi, qualche storia, qualche racconto
sabato 18 gennaio 2014
posso stare con le stelle
E quando arriva la sera, che allora sciolgo tutte le tensioni e indosso solo i miei pensieri.
Posso chiudere la porta, serrarla bene. Ora nulla può intromettersi nella mia vita, tutto il rumore è fuori con la sua ansia di ricerca di certezze.
Mi sdraio sulla mia poltrona preferita, accendo lo stereo e faccio sedere vicino a me le stelle e ...finalmente parlo con loro.
Finalmente posso sognare i miei pensieri.
sabato 12 ottobre 2013
La rabbia non è fatta per la notte
Sveglia. Niente sonno. E’ quell’ora a metà tra la notte e l’alba. Mi alzo con rabbia perché non ho pace, accendo la televisione.
Con il telecomando passo da un canale all’altro. Da un film commedia, ad una vendita promozionale. Da una pubblicità, ad un telefilm rivisto più volte.
Con il telecomando passo da un canale all’altro. Da un film commedia, ad una vendita promozionale. Da una pubblicità, ad un telefilm rivisto più volte.
Va bene, visto che corpo e mente si sono alleati per non farmi dormire, allora adesso ve la do io la voglia di star svegli! Indosso una tuta, scarpe da ginnastica. Acchiappo le cuffiette e la bandana. Si esce.
Ancora è buio, ma fortunatamente i lampioni fanno luce, una luce arancio, ma va bene così.
La prima musica che arriva alle orecchie ha un ritmo pop morbido: ideale per stretching e un po’ di riscaldamento. Mentre cammino già a passo veloce, ho l’impressione di attraversare una città nuda. L’asfalto brilla sotto i lampioni, nessuno in giro.
Aumento l’andatura subito, cerco di trasformare la rabbia in fisicità.
Ok, va bene questa velocità, non mi va di aumentare. Passo davanti a vetrine spoglie, manichini magrissimi con abiti di marca che sembrano fantasmi di un aperitivo di lusso.
Arrivo sul ponte, il Tevere è proprio sotto i miei piedi, come un nastro sporco, potrei saltare e fare un tuffo a testa in giù, ma oggi no. Proseguo lasciando alle spalle il ponte ed ecco che entro a Piazza del Popolo. Arrivo all’obelisco e rallento la corsa. Prendo fiato e intanto sogno un popolo con mazze in mano che vuole giustizia, vuole fare guerra alla fame. Un popolo che immagino solo, lasciato, abbandonato a se stesso. Come me. “ehi sono qui! e voi dove state?” provo a dire a voce alta. Nessuna risposta.
Mi siedo sui gradini della fontana, e ammiro la striscia rosa acceso che si staglia sui tetti in lontananza. Dall’altra parte un bar tira su la serranda.
Si ricomincia. Ma almeno la rabbia è scomparsa.
martedì 17 settembre 2013
Autunno: propositi per iniziare..
Ricominciare in autunno per me vuol dire fare visite mediche e controlli…quello che io chiamo scherzando fare il tagliando!
E così che mi ritrovo seduta nello studio di un neurologo per un problema di cervicale. “Mah.. si… possiamo dire che lei soffre di un dolore neuropatico muscolo tensivo” cioè soffro di una somatizzazione? Domando. “No, non è esattamente una somatizzazione.” E giù una serie di paroloni per spiegarmi la differenza. Non capisco nulla, ma annuisco sperando di avere una espressione intelligente.
“Prego si alzi, ecco. Adesso unisca i piedi, braccia tese in avanti e chiuda gli occhi. Resti ferma!” Eseguo tutto, sento che oscillo verso destra, ma riesco a trattenermi in piedi. “Bene. Ora si pieghi fino a toccare i piedi e ritorni su a schiena rigida”. Ok, e sento che con la mano tasta la spina dorsale. “Bene, può risedersi” Ho superato le prove? Vedo che silenziosamente mi prescrive un farmaco sul suo ricettario, poi mi guarda e mi dice: “E’ importante che lei torni a rifare attività sportiva. Soprattutto curare la fascia addominale e dorsale. Nel frattempo faccia attenzione a quando cammina.” Mi dice in modo di avvertimento. Perché come dovrei camminare gli chiedo. “Le faccio vedere”. Si alza con il camice bianco svolazzante ai suoi lati, come se fosse Batman in versione ospedaliera. “Dunque lei ha il bacino leggermente ruotato a sinistra, ecco perché ha il piede destro che va fuori, più del sinistro. Inoltre ha un principio di cifosi sacrale. Perciò lei deve camminare gettando la gamba destra più forte in avanti, portando il piedi verso l’interno e contraendo gli addominali per stendere la parte dorsale della schiena e – importante! – devo imparare a respirare con l’addome, non con il petto! Provi!” Provo, sembro un manichino, “Si aiuti con il ritmo delle braccia, ecco così” adesso sembro un manichino scemo. Resto perplessa però sulle manovre: posso respirare prima con l’addome e poi contrarre, oppure tutto allo stesso tempo? “Ma certo! Può fare una cosa alla volta o tutto insieme!” non capisce la battuta, fa nulla: è un neurologo, è per gente seria!
Esco dallo studio un po’ giù di morale. In un’ora mi sono sentita dire che ho un corpo da ristrutturare ed è pure storto. Inizio però subito a camminare come mi è stato spiegato. Ok, ce la posso fare. Guarda che brava che sono! Respiro e contraggo l’addome, giro i piedi. Adesso forzo la camminata, gettando bene le gambe avanti, soprattutto la destra. Sono talmente presa che aumento il ritmo dell’andatura. Ecco! Dai forza! E mentre giro l’angolo della strada, concentrata nella postura, passo un ragazzo sopra ad un motorino e mi urla: “Ahò! Ma che t’ha chiamato l’esercito?” e scappa via ridendo. Ma scoppio a ridere anch’io. Approfitto per entrare in una pasticceria buonissima del quartiere, mi prendo un bel cono gelato. Tornerò in palestra perché per me è salute. Chi se ne importa se sono storta: quelle “storture” fanno parte di me, sono segni che ho vissuto.
venerdì 14 giugno 2013
dica "amen" per favore
Sono
un tipo strano, l’ho sempre ammesso. Con i suoi alti e bassi tra logica e
speranza. Diciamo che cerco speranza sulla terra. Ultimamente mi piace
definirmi uno che spala le nuvole sulla terra, e che cerca di guardare avanti
con un sorriso, nonostante la realtà in cui vivio.
E
tra questi alti e bassi, può capitare che senta il bisogno di entrare in una
chiesa. Premetto che sono anni che non lo faccio. Non sono una praticante
cattolica, ho difficoltà a credere in Dio, ma comunque appartengo a quella
categoria che “provare non costa nulla”, quindi prego Dio quando ne ho bisogno.
E se Dio non mi dovesse rispondere, non posso far altro che prendere atto della
sua noia nei miei confronti.
Così,
approfittando di un gruppetto di turisti che erano alla ricerca più del fresco,
che dell’arte, mi sono mischiata a loro e sono entrata in una chiesa.
Lo
sguardo è andato subito al soffitto e alle navate, dipinte in un modo da farti
perdere la testa. Ma io non l’ho fatto, soffro di cervicale e me ne guardo bene
a stare troppo tempo con il naso all’insù.
Con
camminata tranquilla e disinvolta, mi sono seduta ad una panca poco distante
dalla navata centrale, ascoltando la messa. Ho notato che non è cambiato molto
dall’ultima volta che ne ho sentita una. I ritornelli sono quasi sempre gli
stessi, forse più complessi e lunghi, credo che sia una tattica per vedere se
gli utenti sono pronti a rispondere con una buona memoria. Io sono rimasta al
vecchio “Ascoltaci O Signore”, semplice da ricordare, piuttosto diretto e senza
fronzoli. Con “Ascoltaci O Signore” vai sempre dritto al sodo. Trovo inutile
fare giri di parole già nella vita quotidiana, figuriamoci poi con un Dio, che
avrà un bel da fare …
Il
momento di maggior confusione è sempre rimasto la recita del Padre Nostro. Mai
che si vada a tempo, c’è sempre quello, o quella, che va con il suo ritmo veloce,
con voce nasale, evocatoria, ma pur sempre veloce. E quello che si perde alla
seconda frase e che, per recuperare, declama direttamente l’ultima frase della
preghiera. E immancabilmente è anche quello che si sbaglia; dopo l’ultima
frase, nel silenzio quasi totale della chiesa, gli senti pronunciare “amen”
(amen non si dice alla fine del Padre Nostro).
Per
rispetto, mi sono alzata anch’io dalla panca e ho recitato il Padre Nostro, ma
Lui c’era lì ad ascoltarci? Ho sempre immaginato che invece di essere presente
dietro l’altare, fosse seduto una panca dietro la mia. “Scambiatevi un segno di
pace” – do una stretta di mano a quella che mi sta davanti. Poi mi giro alle
spalle e stringo la mano al signore dietro di me. Magari mi fa l’occhiolino e
mi dice. “Allora? Sono io, non hai nulla di chiedere?”
Lasciamo
perdere che ne ho di cose da chiederti. Poi tu non sei quello che vede e sente
tutto?
“Si,
vero. Io vedo e sento tutto.”
Mi
siedo ad aspettare che il momento della comunione. La fila dei fedeli è piuttosto
lunga, e permette di andare avanti con
la discussione.
Allora
se vedi e senti tutto perché non fai qualcosa di utile e ti dai da fare? A che
servi se stai lì solo a sentire e guardare senza agire. Sei un Dio, mica un
voyeur!
Sorride
radiosamente, sapendo che solo un sorriso radioso delle volte può far veramente
abbassare la guardia. “E perché tu, invece di lamentarti e domandare in
continuazione, non agisci di più?”
Ah
no! Non ci casco caro mio. Io sono un essere umano, e come tale ho dei limiti
fisici, mentali e temporali. Tu no. Tu hai poteri, come quelli di un mago. Sai
leggere nella testa e nell’anima. Puoi far cambiare il percorso delle vite. Sei
tu quello che ha responsabilità di fare e cambiare.
Rimane
perplesso, con le braccia conserte, mirando il soffitto. Dai suoi occhi
percepisco una certa mitezza, quella che io chiamo un’assenza di ostacoli, e
ghermire una assenza di ostacoli non è facile, è meglio avere un muro, almeno
puoi valutare le resistenze e le debolezze.
La
fila della comunione sta quasi per terminare. Lui non mi ha più parlato. E’
ovvio. L’ho stretto davanti alla sua responsabilità. Mi rigiro per vedere la
sua espressione, ma resto delusa: mi sorride.
“allora?
E’ inutile dire quello che desidero. Lo sai benissimo. E’ da una vita che
aspetto un momento che riesca a cambiare tutto!” gli dico.
“allora
fallo e cambia!” mi risponde con estrema pacatezza, come se fosse la cosa più
semplice da fare e che in realtà non è semplice per niente. Sento che mi monta
la rabbia dentro. Mi rigiro di nuovo e urlando…sottovoce (c’è gente che prega
qui!) gli rispondo “Ma che diamine dici…”
“Ehi
non parlarmi così! “ – “Ops, scusami hai ragione. Perché mi dici questo? Lo sai
che ho provato e riprovato. Ed eccomi. Senza nulla in mano. Senza un futuro.
Anzi ho la sensazione di aver perso tempo e di non averne più!”
“vedi
la visione dell’essere umano come è ristretta? Prova invece già da adesso a
cambiare. Prova e riprova. Non puoi sapere se stai aprendo la porta giusta.
Come non puoi sapere se quello che cerchi in realtà ce l’hai già sotto il naso.
Il tuo problema è che sei proprio un umano, e misuri tutto con i limiti fisici
e logici. Prova invece a misurare con i sogni. O con le nuvole. Visto che le
sai spalare sulla terra.”
Uff!
è inutile parlare con lui, parla sempre per enigmi. E’ da una vita ormai che lo
fa!
Finisce
la funzione, l’ultimo segno della croce. Finalmente si può dire amen senza
sbagliare e rendere grazie a Dio.
Raccolgo
la borsa lasciata davanti, mi giro e lui non c’è. Non c’era neanche prima.
Esco
fuori sulle scalinate, il vento fa svolazzare il foulard attorno al collo, mi
diverte ripensare allo scambio di
battute fantasiose avute poco fa. Ma cambierò.
domenica 2 giugno 2013
Quattro passi con le ali
Sono come un folletto. Mi alzo su verso il cielo e spiego le
ali giuste. Oggi faccio quattro passi fra le nuvole. MI siedo sulla nuvola più
grande e guardo la città. Tante persone piccole che camminano sulle strade,
macchine che sfilano nel traffico. Non c’è rumore quassù, non ci sono spie
quassù, esisto solo io. Non è poco!.
Svolazzo sull’altra
nuvola, osservo il mare da lontano, oggi il sole da spettacolo. E di quei travagliati giorni non ho ricordi,
so che eri accanto a me e che mi aiutavi contro il mondo. Ora sento la mancanza
di quell’aiuto, ma mi chiedo dov’è quel
coraggio?
Volo ancora, vedo i palazzi, le piazze che si riempiono di
gente, vedo sorrisi, vedo abbracci. E’ tutto più bello visto da quassù. Non voglio
scendere, dai ! ancora un altro giro!
Proseguiamo verso le montagne, eccole laggiù, arrivo sulla
cima e un panorama da rimanere senza fiato! L’aria è forte e ubriaca la testa.
Dai ! ancora un altro giro.
Ma le ali mi riportano alla nuvola di prima. E ora di
scendere, fa nulla.
Capiterà poi di rifare una passeggiata…
venerdì 31 maggio 2013
riuscire, bene-
Riuscire. Rimbalza la parola da una parte all’altra della mente. La stanza silenziosa, un leggero movimento di tende fa da respiro alla casa. Riflessi di sole giocano sul muro.
Riuscire. Ripeto dentro la mia testa.
Nessun movimento, non muovo neanche un muscolo. Va bene, Provo a respirare seguendo il ritmo fluttuante delle tende. Ecco, il tessuto si gonfia, ok vai. Inspiro l’aria dal naso, sento il torace che si gonfia. Bene. Ora butta l’aria fuori con lentezza. Ecco, così.
Riesco a calmare le onde dentro di me.
Riuscire.
Va bene, Va tutto bene, ora concentrati su quello che hai fatto fino ad ora. Pensa. Non è andato tutto male. Pensa. Respira di nuovo. Perfetto.
Sono una bravissima coach. Ora respiro regolarmente. Il cuore sta battendo lentamente. Le tende si muovono lentamente.
Ripeti con calma la parola: riuscire. Perfetto, la ripeto ancora. Riuscire. Ottimo.
Sto migliorando, la presa che sentivo alla gola non c’è più. Ora sono una assenza di ostacoli, mi posso fermare e pensare perché non ho bisogno di sbaragliare questa assenza.
Riprendo a muovermi, mi alzo da terra con calma. No, il caffé non è un buon consiglio. Prendo un bicchiere d’acqua. Che buona, è fresca e scende giù in gola facilmente. La testa gira ancora ma va bene, sta passando tutto.
Riuscire. Si, ce l’ho fatta, sono in piedi. Pensa, Si penso e sto progettando di nuovo. Bene. Anche per oggi è andata!
venerdì 10 maggio 2013
l'importante è vivere (non solo ricordare)
Era la cugina scapestrata di mia madre. Tutti commentavano sempre che non c’era da fare affidamento su di lei. Ma mia madre no:.era la sua cugina preferita e divenne ben presto la mia zia preferita.
Ricordo i suoi capelli mogano, come quelli di mia madre. Tutte e due avevano sempre chiome fluenti sulle spalle e non era un caso vedere uomini che si voltavano a guardarle mentre passeggiavano insieme nelle vie centrali della città.
Mia zia non si è mai sposata, era uno spirito libero. Scriveva articoli di moda e le piaceva dire che era il lavoro che aveva scelto lei, perché la portava spesso a viaggiare, e ogni volta che tornava, aveva sempre un regalo particolare. Qualche volta anche dei vestiti fatti da sartorie e il soggiorno diventava un caos di pacchi e carta velina.
Lei era così, dove arrivava c’era allegria e tanta musica. Si toglieva le scarpe e con mia madre provavano a ballare un passo particolare visto in qualche viaggio. Era un fiume di aneddoti: ricordo di serate invernali, sedute sul divano con le gambe raccolte tazza di cioccolata fumante in mano, e lei, con i suoi capelli lunghi che scostava dal viso con un gesto aggraziato della mano, che raccontava e raccontava.
Quando mia madre morì, per mia zia fu un brutto colpo. Non veniva più spesso a casa mia, poi fui trasferita per motivi di lavoro e ci perdemmo di vista.
Dopo cinque anni riuscii a rientrare a Roma e l’andai a trovare subito. Era sempre allegra, ma la luce dei suoi occhi era diversa. Capii il perché. Avevamo deciso di fare un caffè, lei si diresse in cucina per metter su la macchina, io rimasi a guardare la televisione.
Dopo un po’ mi accorsi che stava passando troppo tempo. Mi alzai dalla poltrona e andai in cucina, la trovai davanti ai fornelli, immobile. La chiamai, lei si voltò e mi guardò sorridendomi. Qualcosa non andava. Le chiesi se aveva bisogno di aiuto e mi rispose con un cenno della testa, poi parlò e mi disse che non sapeva come si faceva il caffè. Non ti preoccupare: faccio io.
Il giorno dopo chiamai il medico e la portai a fare una visita. Stava cominciando a perdere la memoria, era un segno di vecchiaia, ma andava tenuto sotto controllo. Ci furono altre visite e risonanze magnetiche negli anni successivi, fino alla decisione finale che prese lei direttamente: vendere casa e andare in una residenza assistita. Rideva ancora mentre preparavamo gli ultimi bagagli, ma non volle che la seguissi dentro la residenza, perché i giovani devono stare con i giovani. Provai ad insistere, ma con le medicine che prendeva era soggetta a scatti di rabbia. Lasciai stare, pensando che poi sarei andata a trovarla. Dopo un paio di settimane mi chiamarono al telefono urgentemente: mia zia era peggiorata notevolmente, non c’erano molte speranze.
Mi feci forza e andai. Era stesa sul letto, con i capelli, ormai bianchi, raccolti in una treccia lunga, con un piccolo fiore di seta in fondo. Mi avvicinai al letto, teneva gli occhi chiusi, ma li apri subito come misi la mia mano sulla sua. Mormorò il mio nome e mi sorrise. Non mi resta più tanto, ma cosa dici? Le risposi, non è vero, hai solo un po’ di febbre. Mi tremava la voce, ripassare un altro dolore no, basta. Mi disse di accendere lo stereo che aveva vicino al comodino, lo feci e venne fuori un valzer bellissimo.
Quante volte lo abbiamo ballato io e Raule. Chi era Raule? Il suo viso improvvisamente ebbe un colorito roseo. Raule era un uomo conosciuto a San Francisco, bellissimo, che le faceva la corte, voleva sposarsi, ma lei – testarda – le disse di no. Continuarono comunque a vedersi. Fino a quando poi lui conobbe un’altra donna che invece rispose si alla sua proposta di matrimonio. Non l’aveva mai raccontato a nessuno di questo amore. Continuava a mormorare le note del valzer, ondeggiando lievemente la mano con il tempo della musica. Allora mi accostai di più a lei e le sussurai all’orecchio di salutare i miei genitori quando sarebbe andata di là. Lei aprì gli occhi e mi rispose che lo avrebbe fatto, perché sicuramente erano già pronti ad accoglierla. Rimasi vicino al suo letto, fino a quando sentii l’ultimo suo respiro. Leggerissimo. Ma un tuono dentro le mie orecchie… mi è rimasto il suo album di fotografie fatte durante i suoi viaggi. L’ultima foto, la più grande, c’è mia zia che balla con Raule, e sotto un suo scritto: “Titti quando avrai questo album, ricordati di vivere”. Seguito dalla sua firma: un disegnino di una faccina sorridente. Era maggio 2006, e ti ricordo ancora insieme a mia madre. Io sto ballando il valzer, solo che lo sto ballando da sola…ma con la tutta la forza che mi avete insegnato.
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