venerdì 7 agosto 2015

quel muretto degli amici

Un appuntamento fisso con i ricordi.
Per me è questa l’estate, soprattutto se sono in città e i rumori della strada cominciano a spegnersi, giorno dopo giorno.


Stando in ferie, si ha più tempo per se stessi, per rinfrescare la mente e pensare ai giorni passati.


Ricordo quel muretto che la sera era popolato dagli amici. Ricordo che sedevamo tutti sopra, chi con una sigaretta in mano, chi con una lattina di coca-cola, con le gambe a penzoloni.
Si parlava del film visto al cinema, della giornata al mare, e anche della ragazzetta o ragazzetto che ci aveva lanciato uno sguardo sulla spiaggia.
Si rideva per qualche barzelletta, anche se era stupida, perché tanto avevamo tutti l’animo leggero e gonfio di gioventù,  come le nostre magliette bianche sui jeans sdruciti.


Eravamo sempre tutti in gruppo pure al bar a prendere un gelato. Allora le gambe si allungavano, premendo la schiena all’indietro sulla spalliera della sedia.
Oppure tutti insieme correvamo dietro ad un pallone, e le nostre gambe erano come compassi impazziti sulla piazza.


Ricordo il caldo delle mura dei palazzi, rovente invece era la sabbia al mare.
Ricordo l’odore acre della miscela dei motorini e il profumo del dopo-barba degli amici.
Ma poi siamo cresciuti e ci siamo persi di vista.


Ora quel muretto non c’è più, è stato abbattuto per fare spazio ad un parcheggio, ma quando passo lì ancora vedo i visi di tutti. Il viso di Er Campana, quello di Cicci, di Cerino ….
tutti con un nomignolo, mai il proprio vero nome.
Anzi: non ho mai saputo i loro veri nomi.
Ma erano miei amici, e ci si faceva compagnia in quelle nottate, ci si incoraggiava a vicenda nei progetti per il futuro


Quanto mi mancano i nostri sogni……

domenica 5 luglio 2015

Principe azzurro Vs Bionda in cabriolet

E se sognare non è proibito, allora sogniamo!


Mettiamo in chiaro una cosa da subito: il principe azzurro non esiste e lo sappiamo già.
Tanto meno poi se hai superato “‘na certa età”,  allora dico che il principe brizzolato non esiste.
Ma come voi uomini continuate a sognare le bionde, noi donne continuiamo a sognare i principi.
Azzurri, biondi o mori, che arrivino a cavallo o guidando un carretto, a noi donne non importa: quello che ci interessa è il carattere del nostro uomo dei sogni, il suo modo di fare e il rispetto per gli altri.  Insomma un principe nelle maniere e del saper vivere.


Ci chiedono spesso perché cerchiamo un principe azzurro, o perché speriamo di incontrarlo.
Già, perché?
Forse perché da piccola ho visto troppi cartoni animati con il classico finale “... e vissero tutti felici e contenti” (anche se ora mi chiedo: ma chi vissero felici e contenti? Loro due, o gli altri? ma questo è un altro punto di vista…)


Anche se noi donne siamo riuscite a conquistare nuovi traguardi nell’ambito lavorativo e sociale, ancora oggi è probabile che siamo affascinate dall’immagine del principe azzurro, perché è quel tipo di uomo che vorremmo avere al nostro fianco, che cammina insieme a noi e fa il tifo per i nostri successi.
Voi uomini sognate di guidare un’auto sportiva, con bionda seduta dentro (credo che la diano anche optional), noi desideriamo l’uomo che arriva e ci salva da una situazione difficile, che ci dice guardandoci negli occhi “tranquilla, ci penso io”, ma senza pestarci i piedi, perché siamo donne moderne, e vogliamo sempre il nostro spazio.
E sapendo che nella vita reale il principe azzurro non viene a salvarci, ci solleviamo da sole, perché la vita ci ha forgiato l’anima e siamo capaci di vedere rosa anche dove c’è l’oscurità.
Abbiamo i piedi per terra, per fortuna, e se questi sono infilati dentro le nostre scarpe preferite con il tacco, tanto meglio; perché  continuiamo a camminare e a vivere la nostra vita quotidiana lo stesso, a svolgere il nostro lavoro qualunque esso sia, bello o brutto, interessante o noioso..


E quando usciamo con le amiche, ci piace ancora metterci in tiro, perché non si sa mai, potremmo incontrarlo proprio in quel locale dove stiamo andando. e ci piace pensare che in qualche parte del mondo (stavo per dire universo, ma mi sembrava un po’ troppo grande e avvilente!) lui c’è, esiste, e magari sta girando l’angolo ed entrando nello stesso locale, e ci guarderà con occhi che sembreranno due laser nel buio, sicuro di se.


Alcuni antropologi sostengono che la figura di questo mito femminile, disegnata con un fisico atletico, magari biondo (tié! così pareggiamo i conti con voi)  evoca sensazione di freschezza, di gioventù e di benessere. Insomma una teoria un po’ complessa, ma noi donne siamo complesse, e le cose semplici non ci piacciono. Perciò cari maschietti fatevene una ragione.
Se parliamo del principe azzurro, se sogniamo ancora il cavaliere che ci apre la portiera dell’auto, che ci dona la sua spalla su cui piangere e ci dice risoluto “tranquilla, ci penso io!” beh! non biasimateci.
Non pretendiamo che siate perfetti come lui, ma lasciateci sognare.
E se vi annoiamo con questa storia, allora siete autorizzati a sognare la vostra bionda seduta accanto a voi nella cabriolet sportiva, mentre sfrecciate lungo le strade costiere.


Però ricordatevi di pagare prima il conto del  ristorante e di lasciarci le chiavi dell’altra macchina, quella reale, parcheggiata fuori.



Una coppia da sogno; un principe azzurro e una bionda...


domenica 7 giugno 2015

Chef pensaci tu ai fornelli!

Il caldo è una sfida che combatto a suon di frullati, ed è ora di comprare un nuovo frullatore. Ma solo quello! per Masterchef c’è tempo...

Sono dentro un megastore di elettrodomestici per la casa. Lo sguardo corre lungo gli scaffali bianchi, pieni di robot per la cucina. Sono tutti ordinati e pericolosamente bellissimi.
Io non amo cucinare, ma vedere tutti quei pezzi in acciaio, accessoriati di  trabiccoli particolari, mi fa venir voglia di diventare cuoca, comprarne qualcuno e poi correre a casa ad impasticciare con farina, uova e quanto altro che faccia “volume e sapore”.

Un commesso mi viene incontro chiedendomi  se può essere di aiuto. Certamente! voglio un frullatore e poi un “qualcosa” che impasti farina uova e quanto altro che faccia “volume e sapore”.
“Ho quello che fa per lei! Mi segua” mi dice con occhi brillanti. Un po’ troppo, ma do la colpa alle luci bianche del negozio, al fatto che è troppo giovane, e magari ha bevuto birra a colazione.
Lo seguo lungo un corridoio dove incrocio altre persone che osservano, in religioso silenzio, i vari utensili esposti. Passo senza far rumore, in punta di piedi.

Ci fermiamo davanti ad un bancone - tipo penisola da cucina - con un armadio vicino. Sopra al bancone c’è un robot da cucina scintillante, con due contenitori, uno in vetro e l’altro in acciaio. Il commesso preme un tasto e poi un altro sul display.
Una serie di led ad intermittenza prende subito vita, le lucine si accendono come un albero di natale. Il display fa un conteggio strano e poi si ferma a zero.

“Ecco, le sto per presentare l’ultimo robot nato per la cucina perfetta. Non potrà più farne a meno. Con questo può fare frullati, frappè, impastare e cuocere!”, mi illustra con un sorriso largo, quasi a toccare le orecchie. Rimango ipnotizzata da tutte quelle lucine e sono mossa dalla voglia di premere tutti quei pulsanti digitali, peggio dei bambini.

Lui lo capisce, “Adesso guardi cosa fa questo gioiellino, le faccio un paio di dimostrazioni”. Mentre apre gli sportelli dell’armadio, intorno a me si è formato un capannello di persone incuriosite. Sento qualcuno che mormora un “Ohh! è lui!”.
Sembra che sul quel bancone non ci sia un robot, ma un divo del cinema, solo che io non so chi è e cosa faccia.

E mentre ascolto i mormorii vari, il commesso ha già tirato fuori un sacchetto di farina e una bottiglia di acqua. Prende il contenitore d’acciaio, lo incastra nel robot e ci butta dentro prima la farina e poi un filo d’acqua, dopo aver digitato sul display, il programma parte.

La planetaria inizia a scuotersi come se ballasse e la frustra è velocissima. “Caspita che frusta veloce” dico ammirata, e lui subito mi riprende: “Signora! non è una frusta, e un gancio a spirale che si utilizza per ottenere impasti compatti ed elastici”
Uh! mi scusi, e intanto sento un mormorio divertito alle mie spalle.

“Ora guardi questo” toglie la planetaria dal robot, ne tira fuori un’altra dall’armadio, cambia il gancio a spirale e mette quella che secondo me è un’altra frusta.
“Esatto! questa è una frusta a filo grosso per montare a neve gli albumi, oppure per fare composti soffici e spumosi” e incredibile! dall’armadio tira fuori quattro uova, le spacca sul bordo della planetaria, riuscendo a togliere il tuorlo, poi accende il robot e tutto comincia a vibrare e girare. Un altro “Oooh” di ammirazione si solleva dalla folla. Io, per essere diversa da loro, urlo un Olè!.

Poi preso dal momento di attenzione generale e di autogloria per la dimostrazione, il commesso prende dall’armadio un altro gancio, detto a “mezzaluna”. Cambia un’altra volta la planetaria, prende altre quattro uova, che rompe con abilità, e premendo un tasto fa iniziare le manovre per impastare e cuocere allo stesso tempo.

Altra ovazione generale. Tutto bellissimo! Solo che io vorrei un frullato.
“Ma certo che fa i frullati” (altri sorrisini maliziosi alle mie spalle: per loro sono la pivella del gruppo!) e lui inserisce finalmente il contenitore in vetro.
Dall’armadio tira fuori una mela, che spacca in quattro usando un grosso coltello, getta i pezzi dentro il contenitore, poi prende una specie di frusta con lame sottili, la inserisce nel manico del robot e aziona il tutto.
La mela è scomparsa, al suo posto c’è un frullato perfetto e vellutato. Questa volta non c’è ovazione, il frullato non fa presa sulle emozioni dei cuochi.
Sono circondata da esperti di cucina purosangue, e io sono sola. In questo momento non mi potrebbe salvare la pelle neanche tutti i condomini del mio palazzo, quando litigano in assemblea.

E francamente non ne posso più di tutte queste esibizioni, mi giro per andarmene via, mentre il commesso è preso d’assalto dalle domande di tutte le persone che hanno assistito alle dimostrazioni. “Può cuocere il ragù?”,  “Ma per fare la pizza, posso poi sbriciolare il lievito di birra mentre impasta?”

Vedo su uno scaffale un frullatore, semplice, con un bel contenitore di vetro a barattolo che brilla sotto le luci. “Ok allora prendo questo!” urlo al commesso. Si girano tutti a guardarmi come se avessi detto una parolaccia, ma l’attenzione su di me dura poco, sono troppo presi a far domande su quella magnifica macchina che brilla  sul bancone.

Ma mi sento vittoriosa e con passo baldanzoso mi dirigo alla cassa per pagare.

Intanto datevi una calmata, che Masterchef vi sta facendo male!

(p.s. però ricordatevi di invitarmi a cena!)


Benvenuto frullatore nuovo!!!!




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sabato 23 maggio 2015

La pancetta, lo sport e "Eh! non puoi capire..."

Si avvicina l’estate e, immancabilmente, la prova costume. 

Improvvisamente ci guardiamo allo specchio, indossiamo una tuta e dichiariamo guerra alla pancetta invernale e alle gambe con poco tono muscolare.

Vedo un numero sempre crescente di persone che fanno footing al parco, e file più lunghe davanti agli attrezzi ginnici messi a disposizione gratuitamente.
Stamani anch'io sono qui a correre. Non lo faccio spesso, ma ogni tanto mi piace uscire dalla palestra e godere dell’aria aperta e del sole. E ogni volta che vado al parco, non posso fare a meno di osservare come agli uomini piace soffrire!
Notare: non ho detto fare sport; ho usato intenzionalmente il verbo soffrire, perché per voi è proprio così.

Voi uomini lo sport lo vivete nel profondo dell’animo, anzi: delle viscere.
Sappiamo tutti che l’esercizio fisico fa bene e che fa rilasciare le endorfine nel metabolismo, che danno quella sensazione di benessere e goduria.  
Ma per voi la fisicità è una sfida contro tutto e tutti, e se vi chiediamo il motivo di questo dolore, la vostra risposta è sempre quella “Eh non puoi capire…”, la stessa risposta che noi donne riceviamo quando urlate parolacce ad una partita di calcio. (Premetto a me piace il calcio, fare il tifo etc… ma dai ragazzi, il calcio è divertimento!).

Per invogliarmi, decido di seguire un gruppetto che sta correndo lungo un sentiero. Preferisco correre da sola, ma qualche volta prendere di mira qualcuno in corsa, mi incentiva  a mantenere il ritmo dei passi. 

Il gruppetto che ho puntato è formato da tre uomini. Sudati, seri e concentratissimi.
Vestiti  quasi uguali, con scarpe tecniche (e vabbé quello ci sta tutto!), pantaloni a “pinocchietto” ultra tecnici di colore nero e bande fluorescenti laterali, fascia tergi-sudore in testa,  tranne uno che ha una bandana con i colori della bandiera americana.
Li seguo  da dietro e in lontananza, ma sento lo stesso i vari grugniti quando aumentano il ritmo della corsa, e gli sbuffi del fiato quando vanno in leggera discesa.  Ci manca poco che veda i loro schizzi di sudore volare nell’aria.
La velocità è notevole, si vede che sono allenati. Ma si vede che stanno correndo uno contro l’altro, e l’altro contro il resto del mondo. Non riesco a tenere il loro passo, perciò mi limito ad una corsa più leggera, fino ad arrivare su una collinetta, dove mi fermo a prendere fiato.

Lascio  perdere i tre guerrieri, dai loro sguardi ingrugnati capisco che stanno compiendo una missione del tipo “Ehi donna: sono io quello che salva il mondo”.
Dalla collinetta posso ammirare quasi tutto il parco, e anche un campo di calcetto dove è in corso una partita fra amici.
Anche lì c’è sofferenza. Tutti i giocatori sono rossi in viso e lucidi come un abbacchio messo nel forno. Urlano di continuo “passa a me” come se fosse l’ultima partita per la vittoria. Qualcuno allunga la gamba a rischio di rimetterci lo stinco, ma non importa: quella è la vostra valvola di sfogo. In quel momento quegli uomini sono lì per vincere e fare il tiro che cambierà le sorti della squadra, a costo di andare al pronto soccorso.
Anzi, se vi rompete qualche osso, o vi suturano una ferita con una cinquantina di punti , non vi dispiacerà. Chiamerete la vostra donna con il cellulare dicendo “Cara, sono al pronto soccorso, nulla di grave. Ho fatto gol: abbiamo vinto! Ti lascio perché mi devono operare. Tu non aspettarmi in piedi”, perché questo è maschio, non masochismo.

Riprendo a correre e ritorno alla piazzetta del parco attrezzata a palestra.
Mentre attendo pazientemente il mio turno per la spalliera, adocchio un tipo, vestito in tuta aderente, ha la maglietta a maniche corte che a malapena contengono i bicipiti e sta lavorando al bilanciere.
Eccolo là: un altro sofferente del fisico. Ogni volta che solleva i pesi, lancia un urlo, e quando li abbassa  fa un bel grugnito di soddisfazione. E’ sudato come “diocomanda”, sopracciglia incurvate quasi a toccarsi fra loro e occhi fissi sui pesi. Guardarlo è uno spettacolo!

Quasi quasi mi vergogno a fare la spalliera con semplici movimenti di schiena e sollevamenti per gli addominali. Ma cribbio!!! Anch’io ho le endorfine in circolo e faccio sforzi, così ecco che sparo un bel grugnito ogni volta che contraggo gli addominali, per passare ad un urletto tipo “Yeah!” ogni volta che mi riallungo.
Ok ragazzi: sto soffrendo!
Ma l’incredibile Hulk posa il bilanciere, si alza a mezzo busto e tira fuori da una tasca il suo smartphone. Ci  scorre sopra il dito, poi lo alza  …. et voilà: eccoti servito un selfie da perfetto ultra corpo in azione.

Eh si, vi piace soffrire! Ma vi capisco: arriva l’estate e l’orgoglio maschile si rifà i muscoli …

(P.S.:  ricordatevi che vi amiamo anche con un po’ di pancetta)

Al parco per correre, e divertirsi !!!








sabato 2 maggio 2015

E se fosse rosso macaron?

Seduta in un bar a fare colazione. Guardo entrare una coppia, vestita con gusto e occhiali da sole. Si dirigono verso un tavolino vuoto, si tolgono gli occhiali e… eccola là. Lei è truccatissima, il viso colorato con nuance blu sugli occhi, rosso macaron sulle gote e labbra. I due colori messi insieme possono far storcere un po’ il naso, ma su di lei hanno un effetto veramente glam: è perfetto.
Tutto il suo look è perfetto, sportivo e femminile.
Lui ordina per tutti e due, e poi la guarda come se fosse sotto l’effetto di un incantesimo.
Bene, non mi ingannano: sono ancora alle prime uscite, sono ancora una nuova coppia.
Troppo evidente. Tutta quella perfezione nel vestiario, nei capelli ….
A proposito di capelli, istintivamente passo la mano sui miei, stamani mi sono pettinata con uno chignon “spettinato ad arte” come dico io.
Ma l’occhiata fugace che do al mio riflesso sulla vetrina, mi rimanda la figura di una che non è “artistica”, sembro un riccio appena uscito dalla tana, e ha dormito pure male!

“Tesoro secondo te: sono pettinata male?” glielo chiedo forse con un tono un po’ troppo smielato. Lui alza gli occhi dal giornale, mi fissa per un attimo e poi mi risponde: “No, anzi stai benissimo con i capelli tirati su” e riprende a leggere.
Noto un filo di ansia negli occhi e nella sua voce, sono sicura che in quel momento avrà pensato “Oddio, cosa rispondo? Ha cambiato pettinatura e non me ne sono accorto?”
Ehi uomini: Keep calm and smile :).
In quel momento le donne vogliono una risposta sincera, certo che se è positiva è meglio….ma insomma anche se non è favorevole, non mordiamo mica!

Gli chiedo allora di guardare la coppia che è seduta un tavolino più in là e di darmi un parere. Sentenza maschile:  “Sono insieme da poco, guarda come sono così....perfetti e in tiro”
Ottimo, siamo sulla stessa lunghezza d’onda.

“Ma secondo te, dovrei truccarmi come quella là?”
(nota femminile: ho detto “quella” e non “lei”)
Si gira a guardarla di nuovo “Beh, lei non è male, sta bene con quel trucco, ma io preferisco te così acqua e sapone”
Va bene, ma se provassi anch’io a fare un make up come quello, ti piacerebbe?
Userei un po’ di bronzer per avere l’effetto “Salute da California senza prugne”.
Poi passerei un primer leggermente colorato, un tocco di eraser ai lati degli occhi per attenuare le rughette. Infine userei il kajal per il contorno occhi e mascara sulle ciglia.
Aspetta; anche una spolverata sulle gote color rosso macaron come lei.

Mi guarda sbalordito, e  mi dice: “eraser, nuance, kajal… pure macaron, ma che roba è?”
Non è “roba”. sono accessori di make up, sono definizioni di trucchi per il viso.
“Quindi fammi capire: quando la sera rientro a casa e ti trovo truccata con tutti quei “cosi”, io mi disegno due righe nere sotto gli occhi come i marines e mi preparo all’attacco dei bronzer e dei cavalieri di kajal?”
Rido, hai ragione. E’ meglio acqua e sapone.

Penso anche alla mia faccia la mattina seguente, appena sveglia ed alzata da letto. che sarà un mascherone di colori.
Ti vedrei scappare verso la porta senza aver fatto neanche colazione e che mi urli “Ti chiamo io!”
E come no?

Rosso macaron sulle guance? No grazie, preferisco mangiarli



giovedì 23 aprile 2015

Una lezione di Burlesque ironica: te la do io Dita Von Teese!


Tentazione. E’ questo il motivo.
La tentazione di provare e capire perché tante donne stanno scoprendo il burlesque.
Tentata dall’abbigliamento burlesque, dai corsetti colorati, con pizzi o piume.
Tentata dalle calze alla parigina.
Tentata dal trucco così appariscente.


Definire il Burlesque come una danza, è  troppo. Ma sicuramente si può dire che è un’arte da spettacolo, che chiede molta cura dei particolari.
Devi essere brava a curare i tuoi costumi, (vanno tenuti sempre in perfetto ordine e controllate tutte le cuciture), a curare il trucco e i capelli, e devi avere una notevole agilità nel ballo; perciò possedere le basi di danza classica, o modern jazz, aiuta tantissimo.


Ma il punto forte del Burlesque è il personaggio che vuoi essere, sentirlo sulla pelle e dargli vita sul palcoscenico, renderlo  reale, senza provare timidezza per il tuo corpo.
Credetemi, devi avere molta sicurezza in quello che fai.


Una osservazione: il burlesque non è uno stripshow, anche se “strizza l’occhio” allo spogliarello, l’arte burlesque non arriva fino in fondo.
E’ fatto di movenze sensuali e ammiccanti, che diventano  una coreografia di ballo.


Così l’altra sera, grazie ad un’amica che mi aveva regalato un invito di prova, sono andata ad una scuola di danza per provare una lezione di burlesque.


Entrata nello spogliatoio, rimango un po’ delusa; pensavo già di vedere chissà che persone particolari. C’erano ragazze che si stavano cambiando per indossare una semplice tutina felpata e scarpe con tacchetto da tango, tutte con i capelli legati a coda, o con una fascia. Niente colori sgargianti e paillettes luccicanti.
Mentre mi cambiavo, ho sbirciato negli armadietti aperti, sperando di vedere qualche corsetto rosso attaccato ad una stampella, o mascherina “occhi di gatto” appesa a qualche gancio, ma nulla.


All’ora x del corso, mi sono avviata con le altre nella sala da ballo, notando che ognuna di loro portava una borsa in mano. Io invece avevo la fedele bottiglia d’acqua e fazzoletti per la mia allergia primaverile.


L’insegnante entra dopo di noi, una donna sulla quarantina, vestita con una tutina aderente in velluto nero cangiante: fantastica!  Alta, con occhi enormi e fisico da urlo.


“Ok vagazze buonaseva! Facciamo un po’ di stetching per viscaldavci, poi iniziamo la sevie di passi”  (caspiterina! non solo è bella, ha anche la erre francese…:))


Eseguo gli esercizi di riscaldamento, copiando dalle altre e pensando “uff! quando inizia il burlesque?”
Dopo dieci minuti, l’insegnante si dirige verso un grosso impianto stereo, preme un tasto e la sala è inondata dalla musica di “Hit’ Em Up Style!”. Lei  si mette davanti allo specchio della sala con  tutte noi dietro.  “Fovza vagazze, cominciamo la sequenza base”


La sequenza base è una serie di rotazione del bacino, piegamenti sulle gambe fino quasi ad arrivare a terra, accompagnato da movimenti di spalle e braccia morbide ondeggianti.
Tutte eseguono con estrema grazia e sensualità i movimenti... Tutte, tranne me, ovviamente! La mia sequenza è una accozzaglia di movimenti rotatori e ondeggiamenti che mi fanno quasi perdere l’equilibrio, stile “elefante in un negozio di cristalli”.


Ma non finisce qui. L’insegnante chiede ad alta voce, superando la musica in sala, di prendere il proprio armamentario.
Ecco perché avevano tutte una borsa!
Le  ragazze tirano fuori boa di piume colorate, qualcuna un cappello a cilindro con piume nere sopra, altre cappelli a veletta, chi una gonnellina di paillettes e veli… Improvvisamente sono in mezzo ad un vero e proprio show.
Ognuna interpreta liberamente il suo personaggio sulle note della musica. L’insegnante le guarda una alla volta, dando loro consigli o suggerimenti sui movimenti più adatti, creando coreografie diverse in base al costume indossato.
Poi si dirige verso di me e mi chiede se ho qualcosa anch’io. Purtroppo no.
“Pvendi questo tesovo!” e mi passa un cilindro con piume rosse sul davanti. “Ispivati alla musica, sentila addosso e muoviti. Ti do io qualche passo pev iniziave”.

Fai un paio di passi avanti a petto in fuori e poi ..bam! fuori il fianco a destra.
Altro passo e ..bam! fuori il fianco a sinistra.
Ondeggia un po’ sulle gambe, ecco, e ora fai un mezzo giro e torna indietro di cinque passi e poi ..bam!  Fianco sinistro fuori e ti giri solo col busto a guardare dietro.
La sequenza è veramente sensuale, solo che non sono così sciolta, la mia timidezza non mi fa fare un bel “..bam - fianco fuori”.
“Tvanquilla, succede alla pvima lezione, devi pvendeve sicuvezza”


Le altre intanto si muovono come se non avessero fatto altro nella vita. Rimango a bocca aperta per l’ammirazione. Quelle che sembravano - secondo la mia opinione - persone molto  riservate, stanno dimostrando invece di essere sensuali, e anche agili.
I colori dei loro cappelli, velette, piume si confondono in un’unica armonia sexy, ma ironica allo stesso tempo.
Mi scopro a sorridere e ad osservare che si stanno divertendo a fare il burlesque!
E’ vero: devi sentirti sicura di te stessa, devi sentirti sexy e i movimenti vengono da soli.


Cambia la musica, ora in sala si balla sulle note di I’m a good girl”, ma io non partecipo, l’insegnante mi porta davanti ad una toletta con uno specchio enorme. Sulla mensola una miriade di pennelli, matite colorate per occhi e labbra.
“Una cosa importante per il burlesque è il make-up, devi tirar fuori la donna che vuoi essere. Sai truccarti?”
Insomma… usare un fondo tinta e un fard si, ma con l’eyeliner e il mascara sono un perfetto disastro.


“Ti faccio vedere, tu copia”. Prende una matita nera e inizia a disegnare il contorno degli occhi. La imito, anch’io faccio la stessa cosa.
Ora con un piccolo pennello con punta gommosa, lei inizia a sfumare il contorno occhi per creare l’effetto “smoky”. Anch’io faccio la stessa cosa.
Poi prende un pennello enorme e morbidissimo, lo tuffa in un vasetto color rosso e lo spolvera sugli zigomi. Anch’io faccio come lei.
Alla fine ci guardiamo allo specchio per vedere il risultato: lei bellissima, io un panda innamorato in cerca di adozione…


La lezione purtroppo finisce. Mi dirigo verso lo spogliatoio, cambiandomi in mezzo ad una nuvola di oggetti piumosi e velette leggere.
Fuori è già sera, sto andando verso casa con i miei occhi “smoky”.  

Burlesque è fatto di tanta ironia!


Qualcuno si gira a guardarmi e sorride.

E ti credo: chi ha mai visto un panda camminare in città?






domenica 19 aprile 2015

Tesoro, ti presento i miei....


Quando una coppia convive da anni, è probabile che si arrivi alla fatidica domanda “Quando mi presenti i tuoi?”
Di solito sono le donne a chiederlo, e per gli uomini spesso è l’inizio di un calvario fatto da pensieri del tipo “oddio, cosa gli racconto ai miei? e mia madre che gli dico?....”, per cedere il passo alle prime scuse sulla salute cagionevole dei genitori, e che abitano lontano. Poi diventate ondivaghi nel parlare con le vostre donne, soprattutto quando passa in televisione una pubblicità su famiglie riunite a tavola.
Insomma, la vostra tensione è simile al camminare sulla spiaggia, sotto il sole delle due del pomeriggio, e senza ciabattine.

Ma è ora che qualcuno vi sveli un segreto: anche per noi donne la questione può essere veramente spinosa!

Non sto tanto a girarci intorno, io tremo pensando al momento in cui entrate dalla porta di casa e, con noncuranza, mentre raccontate della giornata passata, buttate lì la frase “a proposito: domani sera stiamo a cena dai miei, così te li presento”.
“Uh caro! ma è meraviglioso”, no, non sto pensando a questo. Dentro la mia testa echeggia un potentissimo ARGHHH!

Mi piace pensare che l’unica coppia perfetta in tutta la storia del mondo, sia solo quella di Adamo ed Eva, proprio perché non avevano suoceri. E credo che lo sarebbe lo stesso anche in questo secolo. Soprattutto se la nostra convivenza viaggia tranquilla, in un perfetto equilibrio di routine tra lavoro, amici e sesso fantasioso.

Mi presenti i tuoi? e come mi presenti? Se gli dici che sono:

la tua “ragazza”: tua madre mi guarderà da capo a piedi, con occhi che si muoveranno a tic-tac di orologio, come quelli del coccodrillo di Capitan Uncino, facendo un rapido calcolo che non sono così giovane e su quanto mi rimane per darle un nipotino.
Mentre tuo padre starà pensando se posso accompagnarlo alla pomeridiana del teatro dell’opera.

la tua “compagna”: tua madre mi guarderà con sfida, gonfiando il petto, ingrossando le spalle e alzando la pettinatura dei capelli, trasformandosi nella leonessa che protegge il suo bambino. Tuo padre si chiederà se conosco la storia dei partigiani in Italia.

Tesoro mio! come la metti, o come mi presenti a questa cena, per me sarà sempre un grosso problema entrare nelle loro “grazie”.

E poi immagino già come si svolgerà la cena.
Qualsiasi argomento si toccherà, lei - la mamma - avrà SEMPRE ragione.
Posso avere tre o cinque lauree, aver viaggiato per tutto il mondo, aver conosciuto tanta gente, ma lei saprà sempre qualcosa in più.
Ogni pietanza portata a tavola, sarà sottolineata dal suo sguardo amoroso verso il suo bambino con “so quanto ti piace questo piatto!”, e quello sguardo si trasformerà su di me come un guanto-da-forno gettato come sfida, perché io non so cucinare bene come lei.
Se poi tu racconterai delle mie capacità o di qualche prodezza che ho fatto, lei ti porterà in cucina con qualche scusa e ti farà la domanda: “allora, te la sposi o no?” e io non voglio rompere questo idilliaco equilibrio che abbiamo di convivenza.

Perciò aspettati che la mia risposta sia “Caro, ma perché dargli tanto disturbo? Facciamo un’altra volta”  e non ne parliamo più.

A meno che tu non insista, e allora non chiedermi perché ho le scarpe da corsa e sto andando verso la porta….

La convivenza è fatta solo di due persone, e basta..